31 gennaio 2015

American Sniper

Andiamo al Cinema

Si potrebbe tranquillamente fare copia/incolla di quanto scritto ieri su Unbroken.
Ancora biopic, ancora la vita di una persona messa su grande schermo, e ancora la guerra a fare da sfondo.
Clint Eastwood ci racconta Chris Kyle, aitante texano che alla veneranda età di 30 anni decide di lasciare una poco promettente carriera da cowboy per difendere il suo Paese, per difendere la patria e la sua famiglia dai terroristi iracheni.
Si arruolerà così nei Navy SEALS dimostrando tutta la sua bravura in fase di allenamento negli spari a lunga distanza, merito di un padre che lo ha iniziato alla caccia fin dalla tenera età, diventando il cecchino di riferimento.
Prima di partire per la sua prima missione, ha la lungimiranza di sposarsi e di mettere incinta la bella Taya, che paziente e sola, lo aspetterà.
Kyle in guerra diventa un altro uomo, i cui principi patriottici si innalzano ancor più, in cui soprattutto diventa una leggenda, uccidendo a sangue freddo, senza mai esser visto, il maggior numero di nemici, e con il minor numero di colpi. Per la precisione, nella maggior parte dei casi, uno solo.


La domanda fondamentale quando ci si appresta a produrre e poi a vedere una biografia è: "interesserà davvero a qualcuno il personaggio che si andrà a raccontare/a vedere? Il pubblico imparerà qualcosa, si arricchirà per quanto visto?".
Basandosi su queste premesse, vien da chiedersi quindi perchè Clint abbia voluto mostrarci e glorificare Chris. Cosa ce ne viene a noi, pubblico, in questa celebrazione eroica di un cecchino?
Niente, se non irritazione. Se non disinteresse, visto che, a ben guardare, un film simile potrebbero farlo anche - tenendo per protagonista la nemesi di Kyle, quello sniper che in fin dei conti, fa esattamente il suo stesso, sporco, lavoro: uccide silenziosamente i nemici.
Questo discorso cambia se si mette in prospettiva quanto detto dal regista, che American Sniper sia un film contro la guerra, che mostra gli incubi peggiori di un uomo, il suo inevitabile cambiamento, e le condizioni in cui l'esercito si è trovato e si trova ad operare.
Senza soffermarci troppo su quanto sia difficile sostenere questa tesi all'interno di un film che celebra (bastano le immagini finali) un eroe di guerra, credo che Clint dovrebbe rivedersi l'ancora attuale The Hurt Locker, dove si era in guerra, si era sul filo del rasoio, si capiva cosa passassero i protagonisti, i soldati, e quanto fosse difficile per loro tornare alla normalità.


Ma lasciamo da parte le polemiche che han fatto del film il  campione d'incassi di questo inizio anno -in America come qui da noi.
Parliamo di film, parliamo di regia, di livelli tecnici e di recitazione.
E in queste categorie, no, American Sniper non è difendibile.
Bradley Cooper per quanto abbia modificato il suo fisico, il suo accento, ancora una volta non è riuscito a convincermi, con quell'espressione imbambolata, con quegli occhi tanto belli quanto vuoti. Molto meglio Sienna Miller (che non imparerò mai a riconoscere), più emotiva e sentita nella sua interpretazione di una moglie già vedova, a ben guardare, una madre single per 11 mesi l'anno.
Ad aiutare gli attori non è certo una sceneggiatura esaltante, che racconta una vita dove cliffhanger e cambiamenti sono studiati, dove i dialoghi sono infiochettati con discorsi patriottici e frasi ad effetto pronunciate al momento giusto.
E finiamo con la regia, che è sempre quella solida e senza sbavature di Eastwood, quella che rispetta i canoni. Ma che sbaglia, oh se sbaglia, proprio nel momento clou, nello scontro a distanza tra i due nemici, dove al pathos che un semplice silenzio, una visione neutra dei fatti come la dava Kathryn Bigelow, Clint decide di andare di rallenty e di effetti speciali neanche fossimo in Matrix, sbagliando, innervosendo ulteriormente.
Se già la storia in partenza era di quelle che si potevano anche non raccontare, il modo in cui questa ci viene raccontata -in due lunghe ore di film- portano, senza riserve, American Sniper alla bocciatura.
E le sue nominations agli Oscar (miglior film, attore protagonista e sceneggiatura non originale), qualcosa di veramente discutibile.


30 gennaio 2015

Unbroken

Andiamo al Cinema

Salta immediatamente all'occhio come mai come in quest'anno le biografie vadano forte in quel di Hollywood e dintorni.
In un'industria che sembra aver perso il piacere di inventare, ci si affida a uomini veri, alle loro vite da raccontare e far conoscere, un po' per arricchire il pubblico con biografie storiche di importanti personaggi famosi e non, un po' perchè la scritta "tratto da una storia vera" ha sempre il suo fascino, e mette subito quel pubblico sull'attenti, in simbiosi con quanto vedrà sullo schermo.
All'appello di questo filone risponde anche Unbroken, tratto dalla biografia scritta da Laura Hillenbrand che ci racconta di Louie Zamperini, un uomo, anzi, un ragazzo, che in 5 anni della sua vita ha senza troppi dubbi vissuto più intensamente e più pericolosamente di intere esistenze.
Lo conosciamo ragazzo ribelle, dedito a piccoli furtarelli, additato dal tutti nel suo paese per il suo carattere difficile e per quell'origine, italiana, non vista di buon occhio.
Ma una cosa Zamperini la sa fare bene: scappare, correre a più non posso per seminare i vari bulli o la polizia stessa. Questa sua capacità diventerà la sua salvezza, con il fratello a fargli da spalla, Louie riuscirà a battere il record nazionale universitario nella corsa e arrivare fino alle Olimpiadi del 1936, in Germania, sotto le effigi naziste.
La tappa successiva sarebbe dovuta essere Tokyo, nell'edizione che lo avrebbe dovuto far brillare dopo quel record agguantato come in un sogno del giro più veloce.
Ma il condizionale è d'obbligo, perchè non solo Loiue non riuscirà ad andare alle Olimpiadi, ma le Olimpiadi stesse verranno cancellate. Causa: la guerra.
Louie si arruola, soldato semplice, impegnato in combattimenti aerei, non smette di allenarsi, diventando una mascotte per la sua sezione.


Nulla di speciale, dite?
Uno sportivo che si fa soldato, che va in guerra.
Vero.
Ma Louie in questa guerra sembra avere la sfortuna addosso.
[SPOILER]
Primo: il suo aereo precipita in pieno Oceano Pacifico. Lui e altri due compagni gli unici superstiti.
Secondo: 47 giorni di mare, dove imparare a sopravvivere tra sete, fame e la mente che rischia di andarsene.
Terzo: quando la salvezza sembra certa, questa salvezza arriva dai giapponesi, dai nemici, che lo tengono prigioniero.
Quarto: giorni di prigionia e di vessazioni, in mezzo al nulla, con la violenza che si fa oltre che fisica anche psicologica.
Quinto: viene trasportato nel campo di prigionia di Ofuna, dove però diventa il capro espiatorio della guardia Watanabe detto "L'uccello", che lo umilia e lo picchia ad ogni occasione (e che noi vorremmo tanto umiliare e picchiare a sua volta, tanto è maligno).
Sesto: quando la liberazione sembra vicina, tutto il campo viene fatto sgombrare, trasferito nei lavori forzati nella miniera di carbone dove la sua salute viene ancora più messa a rischio e dove le vessazioni non finiscono.
Essere una star, essere un atleta olimpico, è diventata la sua colpa, il suo mirino puntato addosso.
[FINE SPOILER]


La storia di Louie ci viene raccontata da Angelina Jolie, alla sua seconda prova da regista, che si annulla dietro la macchina da presa per lasciare spazio a una storia che ha dell'incredibile, alla forza di un uomo che sembra per l'appunto uscito da un film.
Ad interpretarlo è un inedito Jack O'Connell, conosciuto da queste parti per il suo ruolo da spaccone dal cuore tenero in Skins, che si fa irriconoscibile (anche fisicamente), dimostrandosi credibile anche laddove la regia e la storia stessa si fanno troppo calcate.
Viene quindi da chiedersi perchè una prova simile non sia all'interno della cinquina dell'Academy, visto come aderisce alla perfezione ai canoni solitamente premiati.
Ma tant'è, Unbroken concorrerà alla notte degli Oscar solo nelle categorie del miglior sonoro e della miglior fotografia, altamente realistica e fedele, capace di far vivere in mezzo al mare come nello sporco e nel dolore della prigionia.
Quello che forse non ha convinto i giurati, e nemmeno la sottoscritta, è quanto la vicenda sia per l'appunto portata ai suoi limiti, quanto la figura di Louie sia esaltata e resa cinematografica, con frasi e dialoghi ad effetto, con svolte che sembrano scritte appositamente da uno sceneggiatore.
La commozione, naturale, arriva solo nel finale, quando le didascalie mostrano il futuro, il vero Louie, correre e vivere.
Prima si è solo in empatia col suo dolore, ma spossati per una durata decisamente dilungata che, sì, annoia. E dispiace dirlo, dispiace perchè quel "tratto da una storia vera" è sempre lì a giudicarci e a ricordarci quanto quello che vediamo sia realmente accaduto.
Ma, Angelina cara, per convincerci bastava anche molto meno.


29 gennaio 2015

Silenzio in Sala - Le Nuove Uscite al Cinema

II film biografici continuano a farla da padrone al cinema, e così anche questa settimana ce ne beccheremo due, uno sicuramente consigliato, l'altro un po' meno.
Ci pensa la Francia, per fortuna, ad alleggerire i toni, e anche l'Italia, che tra film piccoli progetti che difficilmente si vedranno in sala, propone un approdo tutto nuovo e carico di risate intelligenti.
Andiamo con i consigli:

Unbroken
Angelina Jolie fa sul serio, e dietro la macchina da presa ci racconta di un eroe moderno: Louie Zamperini, che da campione olimpico passo ad essere soldato al servizio dell'esercito americano dove affrontò più di 40 giorni di mare aperto, anni di prigionia giapponese, torture fisiche e psicologiche di ogni tipo.
Dite che il rischio americanata è alto?
Ve ne parlerò domani, abbiate pazienza.
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Turner
Mike Leigh torna al cinema per raccontarci vita e opere di Turner. Il pittore paesaggista e il suo difficile rapporto con le donne e con gli altri, vengono rappresentate da un credibile Timothy Spall, per quello che è l'ennesimo biopic in sala, ma che vale sicuramente la pena di vedere per la sua fattura.
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Gemma Bovery
Fantasia e realtà, finzione e quotidianità si mescolano in questa commedia dei sentimenti in arrivo dalla Francia.
Fabrice Luchini è un annoiato panettiere, respira cultura e Flaubert ogni giorno, e quando una coppia di inglesi si trasferisce nel suo paesino, diventerà loro frequentatore abituale, innamorandosi lentamente della donna.
Il suo nome?
Gemma Bovery.
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Italiano Medio
Dai finti trailer, alla serie TV, finalmente al cinema.
Maccio Capatonda approda sul grande schermo con la sua ironia e il suo senso dell'umorismo unico e raro.
Riuscirà a conquistare il pubblico?
Di certo l'idea (alla Limitless, alla Lucy) di una droga che dovrebbe ampliare le facoltà intellettive è geniale.
Visto però che dal 20% Giulio Verme si ritroverà disponibile il 2% del suo cervello, le risate sono assicurate.
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Biagio
Un Into the Wild all'italiana, o meglio alla siciliana, che troverà gran poca distribuzione a sostenerlo.
Facile capire perchè.
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Educazione Affettiva
Cosa succede nella mente e nel cuore dei bambini nel passaggio dalla quinta elementare alla prima media?
Questo documentario lo indaga, facendo di Giulia e del mondo fantastico in cui si rifugia, i protagonisti.
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Una Meravigliosa Stagione Fallimentare
Docu-fiction sulla stagione del Bari Calcio anno 2013/2014, l'ultimo in serie A.
Se non siete tifosi, dubito possa interessare.
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28 gennaio 2015

Whiplash

Andiamo al Cinema

E' il vero e proprio outsider della notte degli Oscar.
E non solo perchè proviene dall'ambiente indipendente, dove tra l'altro ha già trionfato sugli altri vincendo il Sundance Festival.
Whiplash è diverso dagli altri film perchè diversa è la sua storia.
Quella che racconta e quella che rappresenta.
Distante dai biopic che affollano le varie categorie, Whiplash è fatto da outsiders: ha per protagonista un attore di cui si fatica a ricordare il nome, quel genere di attore visto e visto più volte a cui però non si associa né una pellicola in particolare né, per l'appunto, un nome. E' il padre di Juno, è il burbero datore di Peter Parker. E' J.K. Simmons che solo ora, forse, all'età di 60 anni, trova il ruolo che lo consacra e lo farà ricordare.
Anche perchè sfido a dimenticarvi di Terence Fletcher.
Con lui, il giovane Miles Teller, finora abbonato a ruoli adolescenziali in film adolescenziali.
Nessun grande attore quindi, nessuna grande storia di un grande personaggio da raccontare, no.
Ma una storia che all'apparenza è come tante altre: quella di un ragazzo che insegue il sogno, che crede in quello che fa e che persegue con tutte le sue forze il suo obiettivo.


Ma Whiplash non è un film come tanti altri.
Per emergere, ha dovuto sudare e prepararsi, ha dovuto battersi.
Finito nel 2012 nella black list delle migliore sceneggiature non prodotte, è passato poi per un cortometraggio di soli 18 minuti, nella speranza che qualche grosso produttore lo notasse e ne permettesse la realizzazione.
E finalmente, il successo, molto più di quello sperato, è arrivato.
La stessa fatica dovrà fare Andrew per emergere.
Batterista dotato, iscritto al duro Conservatorio Shaffer, ha una concezione di sé parecchio alta, e vuole sfruttare tutte le sue carte con l'obiettivo di diventare qualcuno da ricordare, un Buddy Rich, un Charlie Parker.
Per farlo, deve farsi notare, da Fletcher in particolare, il vero master della scuola, che con poche parole, semplici gesti e un secondo di ascolto sa capire di che stoffa sei fatto.
Andrew inizialmente ce la fa, entra nella classe dei migliori anche se la per la sua famiglia non conta granché a confronto con il football, nemmeno ai suoi amici -visto che non ne ha- o alla sua presunta fidanzata, che si sente giudicata e respinta dal suo ego.
Ma poco importa a Andrew, anche perchè quel posto dovrà sudarselo letteralmente, sputando sangue, anche, subendo ogni tipo di umiliazione, di rimprovero, di vessazione da una maestro che fa paura. Che non perdona.


Nessuna fortuna del principiante, nessun talento innato o aiutante magico che d'improvviso ti porta alla tua meta.
Whiplash mostra senza edulcorare nessuna pillola che se vuoi emergere, se hai le carte per emergere, devi mettere da parte ogni tentennamento, devi rischiare tutto, devi prepararti, soprattutto.
Esercitarti, suonare, andare avanti fino a che le tue mani, piene di vesciche, non ce la fanno più, finchè il tuo corpo cede agli spasmi di muscoli affaticati.
Perchè nel grande giorno nemmeno la banale scusa, seppur veritiera, di un incidente, di una ruota bucata, di un errore o di una dimenticanza, può essere perdonata.
Whiplash insegna anche come all'interno di una persona possa coesistere uno Stronzo con la S maiuscola (che sa così catalizzare a sé tutta l'attenzione, intimorendo con uno sguardo) e un grande maestro, di vita e di musica.
Con le sue colpe, certo, ma anche con i suoi pregi.
Quello che parte come vero outsider alla prossima notte degli Oscar, è uno di quei film che emerge per i suoi meriti, per degli attori fisici e iconici in stato di grazia, per un montaggio e delle riprese che ti fanno entrare nel dolore, oltre che nella musica, per una colonna sonora trascinante che entra in testa, con quel finale incessante che sfonda con un'onda ogni porta.
Ci saranno un po' troppi tecnicismi, ma c'è tanto di quel cuore, di quella forza prorompente che gli outsider sono abituati ad usare, che Whiplash raggiunge il suo obiettivo: uscendo dal mucchio, non facendosi dimenticare.
E questo è il vero lieto fine.


27 gennaio 2015

American Horror Story: Freak Show

Quando i film si fanno ad episodi.

Che è successo ad American Horror Story?
Perchè si è voluto abbandonare l'aggettivo horror presente nel titolo per una sferzata più trash che a lungo andare si fa davvero pesante?
Gli si era perdonato, a denti stretti, la leggerezza e il fashion di Coven, dove le giovani streghette non avevano certo stregato la sottoscritta, e con l'ambientazione circense, i freak a riempire il cast e l'immensa Jessica Lange a dirigerli, ci si aspettava una ripresa alla grande, per tornare ai fasti dell'Asylum.


#Einvece... e invece di difetti ce ne sono da vendere in questa quarta stagione, in cui il cast sembra voler sempre più mettere alla prova se stesso, e scrittura e regia stesse fanno a gara nell'esagerazione, nell'arrivare e sfondare il limite, abbracciando quel trash elevato a cult che non fa breccia.
Quello che non va in questo freak show è per l'appunto la storia: ricca, anche troppo, di sottotrame, con così tanti personaggi da seguire che si finisce per non simpatizzare per nessuno, e quindi: divagazioni, flashback da dedicare ad ognuno, e non si ha più finito.
L'idea iniziale, con la star mai ascesa Elsa Mars alla direzione di uno spettacolo itinerante di fenomeni da baraccone che recluta le gemelle siamesi Bette e Dot, salvo poi volersene disfare perchè vede il suo protagonismo messo a rischio, era un ottimo punto di partenza. Aggiungici un serial killer efferato e spaventoso con le sembianze di un clown e il gioco è fatto.
Poi in mezzo si son messi cacciatori di mostri che con i mostri si arricchiscono, tragedie famigliari di vario tipo, omosessualità nascosta, amori non corrisposti, un pazzo scatenato che scopre l'ebbrezza di uccidere e tutto va a catafascio, tutto il concentrato si diluisce, apparendo così annacquato da non sapere da niente.


Puntata dopo puntata, con personaggi che si dimenticano e si ritrovano, parti spuntate come funghi per richiamare le ormai nutrite comparse delle scorse stagioni, o guest star dell'ultima ora, il Freak Show perde la sua intensità, perde il suo interesse.
E non bastano numeri musicali (via via più scialbi, poi) o un crossover interno a risollevare le sorti di uno spettacolo che, come il circo, non ha più appeal.
Il finale sembra essere scritto per congedare al meglio una Jessica Lange in ogni caso una spanna superiore a tutti, così leader e catalizzatrice da oscurare pure la doppia Sarah Paulson (forse solo l'inquietante Finn Wittrock è ai suoi livelli), che pare non voler più far parte dello show di Ryan Murphy.
A vedere dagli ultimi risultati, non le si può dare troppo torto, tenendo conto poi che Murphy si sta concentrando su addirittura due altre serie dalle tematiche orrorifiche (Scream Queens e American Crime Story), la sensazione che il sipario stia calando si fa ancora più palpabile.


26 gennaio 2015

Biglietto, Prego! - Il Boxoffice del Weekend

Non demordiamo, dopo il primo posto quasi a sorpresa, Mosè è ancora lì, a svettare sugli altri.
A tallonarlo ci pensa la classica commedia nostrana con Raoul Bova che supera di un bel po' quella più impegnata della Archibugi, ferma al quinto posto.
Completa il podio il biopic su Stephen Hawking e prima moglie, mentre persistono sia Clint che Turing che Siani.
Le altre nuove entrate sono l'americanissimo John Wick (che fortunatamente non va così bene), e la grande prova di Julianne Moore (che purtroppo fa da fanalino di cosa).
Fuori, le proposte più piccole e indipendenti come Difret e Minuscule.


I dettagli:

1 Exodus - Dei e Re
week-end € 1.530.543 (totale: 4.814.904)

2 Sei mai stata sulla luna?
week-end € 1.241.962 (totale: 1.241.962)

3 La teoria del tutto
week-end € 1.229.948 (totale: 3.056.754)

4 American Sniper
week-end € 1.218.418 (totale: 17.191.375)

5 Il nome del figlio
week-end € 1.117.143 (totale: 1.120.254)

6 The Imitation Game
week-end € 857.631 (totale: 6.765.341)

7 John Wick
week-end € 783.750 (totale: 783.750)

8 Si accettano miracoli
week-end € 540.980 (totale: 15.114.204)

9 Asterix e il regno degli Dei
week-end € 477.694 (totale: 1.237.539)

10 Still Alice
week-end € 162.054 (totale: 168.311)

Transparent

Quando i film si fanno ad episodi.

Transparent.
Come trasparente, come bisogno di chiarezza dopo anni di segreti, dopo una vita vissuta in panni che fanno sentire diverso, come bisogno di chiarezza in ambito amoroso, tra un matrimonio in crisi e il focoso ricordo di un passato più libero, chiarezza nella vita, che non ha ancora preso una strada o l'ha trovata ma è dettata dalla superficialità e dall'egoismo.
Transparent.
Come trans-parent, come genitore che si scopre trans, o meglio, i figli scoprono trans, perchè lui, il padre, si è sempre sentito nei panni sbagliati, ha sempre trovato quei completi, quei pantaloni, una maschera, mentre in tacchi, in vestiti sgargianti, con trucco e parrucco al seguito, si sente se stesso.
E forse, quella se stessa è finalmente pronto ad abbracciarla del tutto, ma non sembrano esserlo i figli, fin troppo presi dai loro problemi personali per rendersi conto della crisi, del supporto che la loro nuova mapa sta passando.
A stargli vicino, quasi incredibilmente, è quella moglie che ha trovato un altro marito, che lo accoglie come sostegno e la sostiene.


Transparent è stata una piccola rivelazione e una rivoluzione: 10 episodi formato comedy prodotti da Amazon, della durata di 30 minuti l'uno, ma che di comedy hanno gran poco. Si ride, certo, ma è il dramma, interiore, a prevalere sui toni.
La transazione di Mort in Maura non è però la sola storyline da seguire, perchè la sua non è certo la situazione più "strana" se strana si può definire. Perchè la famiglia Pfefferman tutto può essere (unita, ricca, con un casa da favola,  egoista ed egocentrica) ma normale, no, non lo è.
C'è Sarah che lascia il marito per la sua vecchia fidanzata, ricominciando una vita da lesbica senza più timori.
C'è Josh che si fa le sue protette musicali, si fa la sua vecchia babysitter (che si faceva già  a 14 anni) e che ha bisogno di amore, anche se lo cerca nei modi sbagliati.
C'è Ali che un'identità, come un lavoro o una passione, non c'è l'ha, all'apparenza classica lesbica, in realtà indecisa, insicura, irrequieta.
Tutti viziati, tutti insopportabili e allo stesso tempo quasi teneri nel loro dibattersi senza senso.
Il faro è quindi lei, Maura, che tutto vede e tutto capisce, non sentendosi per nulla capita.


L'interpretazione intensa di Jeffrey Tambor gli è valsa il Golden Globe, così come il racconto di una storia tanto intensa e tanto reale è valsa il Globo all'intera serie, dedicato alla comunità transgender e alle loro battaglie.
Perchè per quanto faccia ridere, per quanto sia paradossale (con scene e frasi cult), dal sapore indipendente, Transparent non lascia indifferenti, e non lascia soprattutto senza nulla su cui riflettere.
In attesa di altre disavventure, di flashback che tolgono il fiato sottolineati poi da una fantastica colonna sonora, lasciamo decantare questi 10 episodi, che come nelle famiglie all'apparenza più perfette, nascondono segreti, piccole crepe, da analizzare.


25 gennaio 2015

Rumour Has It - Le News dal Mondo del Cinema


Partiamo il giro delle notizie da qui, dall'Italia, in cui sembra che Nick Hornby abbia un occhio di riguardo per il cinema.
Dopo la trasposizione ispirata al suo E' nata una star, un altro romanzo dello scrittore inglese arriverà su grande schermo: Tutto per una ragazza sarà infatti sceneggiato e diretto da Andrea Molaioli (La ragazza del lago, Il Gioiellino).
La storia è quella di un giovanissimo appassionato di Skate, che parla con il suo idolo Tony Hawk, sogna la California e cerca di evitare il destino che piomba sulla famiglia: avere figli a 16 anni.
Già la trama, fa sperare in un buon risultato.

World War Z era stato a sorpresa campione di incassi nell'annata 2013. Ora, visti i disastri nati su quel primo capitolo (a cui sostanzialmente è stato tagliato tutto il terzo atto), ci si riprova, rimpolpando però il cast tecnico. Sarà il bravo Steven Knight (sceneggiatore di Peaky Blinders, tra gli altri, e regista di Locke) ad occuparsi della scrittura, mentre Brad Pitt, in qualità di produttore resta incastrato nel progetto. Per il nome del regista, circolano voci insistenti su Juan Antonio Bayona (The Orphanage).
Visto sulla carta, queste sembrano ottime premesse.

Regista di piccoli ma significativi film, Mike Mills ha trovato finalmente un produttore che porti avanti il suo progetto.
Dopo averci incantato con Beginners, il suo prossimo lavoro, Women, sarà ambientato nella California degli anni '70, dove un ragazzo verrà iniziato alla vita da tre donne diverse tra loro.
Un omaggio alla madre, alle sorelle e alle ragazze che lo hanno cresciuto.
Rimaniamo in attesa del casting, ma visto che la produzione è affidata alla Annapurna Pictures (Spring Breakers, The Master), potrebbero essere coinvolti nomi di richiamo.

Non si ferma il trasloco di attori dal grande a piccolo schermo, anche in qualità di registi.
Amazon continua a suon di colpacci e dopo l'arruolamento di Woody Allen, prende a sé anche Jesse Eisenberg, la cui raccolta di racconti Bream Gives Me the Hiccups dovrebbe essere da lui prodotta, sceneggiata e diretta per una serie comedy di imminente realizzazione.
Il protagonista è un bambino di 9 anni diventato un quotato critico culinario, che viaggia per il Paese e i ristoranti con l'amico del cuore e la madre alcolizzata.

Concluso non così degnamente il Freak Show e con Glee in dirittura d'arrivo, Ryan Murphy si concentra sul futuro e sul suo progetto antologico Scream Queens.
Notizie fresche sul casting, che prevede l'ingresso di Joe Manganiello, Abigail Breslin (Little Miss Sunshine) e la cantante Ariana Grande in un ruolo ricorrente, che si vanno ad aggiungere alle probabili protagoniste Lea Michele, Jamie Lee Curtis ed Emma Roberts.
I 15 episodi della prima stagione andranno in onda in autunno.

C'è di che gioire, forse, e di che tremare, nell'annuncio della FOX che serie amate dal grande pubblico come X-Files e Prison Break potrebbero tornare in onda.
Se riguardo la prima si è molto fiduciosi di riuscire nell'intento, pur dovendo aspettare i vari impegni degli attori protagonisti David Duchovny e Gillian Anderson, sul secondo visto il tragico finale si resta parecchio perplessi. L'opinione del presidente del network è quella di fare una miniserie evento. Staremo a vedere.

Concludiamo la rubrica con uno sguardo ai Festival che verranno.
Se Cannes ha deciso i suoi presidenti di giuria nei fratelli Coen, Berlino ha fatto uscire il suo programma ufficiale, eccolo:

In concorso:

45 Years, di Andrew Haigh

Aferim!, di Radu Jude

Als wir träumten (As We Were Dreaming), di Andreas Dresen

Body, di Malgorzata Szumowska

Cha và con và (Big Father, Small Father and Other Stories), di Phan Dang Di

El botón de nácar (The Pearl Button), di Patricio Guzmán

El Club (The Club), di Pablo Larraín

Eisenstein in Guanajuato, di Peter Greenaway

Ixcanul (Ixcanul Volcano), di Jayro Bustamante

Journal d'une femme de chambre (Diary of a Chambermaid), di Benoit Jacquot

Knight of Cups, di Terrence Malick

Nobody Wants the Night, di Isabel Coixet

Pod electricheskimi oblakami (Under Electric Clouds), di Alexey German

Queen of the Desert, di Werner Herzog

Taxi, di Jafar Panahi

Ten no chasuke (Chasuke's Journey), di Sabu

Vergine giurata, di Laura Bispuri

Victoria, di Sebastian Schipper

Yi bu zhi yao (Gone with the Bullets), di Jiang Wen


Fuori concorso:


Cinderella, di Kenneth Branagh

Elser (13 Minutes)
, di Oliver Hirschbiegel

Every Thing Will Be Fine, di Wim Wenders

Mr. Holmes, di Bill Condon

24 gennaio 2015

La Teoria del Tutto

Andiamo al Cinema

Se l'arancione è il nuovo nero, gli scienziati sono le nuove rock star.
La nuova ondata del cinema made in Hollywood sembra infatti quella non solo di raccontarci vite vissute in biopic sempre più ricercati, ma anche di fare di matematici, fisici e chimici nuovi idoli da amare: dall'intenso Alan Turing di Benedict passando anche per la Disney che con il suo Big Hero 6 rende esperimenti, laboratori e il mondo solitamente nerd dei secchioni, affascinante e allettante.
Merito forse del piccolo schermo, in cui ormai 7 anni fa esordirono dei certi Walter e Jesse rendendo la chimica improvvisamente attraente?
Forse.
Sta di fatto che questa è la nuova tendenza, e basta anche solo dare uno sguardo alle nominations degli Oscar per rendercene conto.


L'uomo da battere sarà lui, il giovane Eddie Redmayne, che ha annullato il suo fisico, dimagrendo, imbruttendosi, storpiandosi per rendere nel migliore dei modi Stephen Hawkings.
E c'è riuscito, portando la sua interpretazione a livelli naturali, in cui il confine tra realtà e finzione si fa sottile.
Ma tralasciando la prova attoriale, com'è La Teoria del Tutto in questo nuovo filone del cinema mainstream impegnato?
E' una storia d'amore, purtroppo.
Né più né meno che il racconto della nascita, dell'evolversi e della fine di un amore e di un matrimonio difficile, che passa per una malattia degenerativa, per amanti e per successi scientifici. Il vero peccato è che questi successi non li vediamo, se non di striscio, senza seguire quell'evoluzione che è invece riservata all'unione tra Stephen e Jane.
Mente brillante, geniale, quella di lui, che a soli 17 anni all'Università di Cambridge inizia a fare del tempo la sua materia di studi, teorizzando, investendo il suo di tempo nel capirlo.
Caparbia e innamorata lei, che dovrà essere forte per entrambi, chiusa in un matrimonio dove i figli continuano a nascere e il tempo per se stessa non lo trova.
Nel mezzo, la malattia, che prosegue il suo corso lenta e inesorabile, mettendo a tacere la diagnosi di soli due anni di vita, prendendosi poco a poco nuovi pezzi di Stephen, voce compresa.


Se Eddie è incredibile, incredibile è anche la sua spalla Felicity Jones, che trova finalmente il ruolo per far breccia al grande pubblico dopo i ruoli splendidi ma indie in Like Crazy e Breath In.
I due attori reggono da soli una sceneggiatura che lascia fuori troppo, che spiega solo raramente cosa Stephen faccia in ambito scientifico, mostrandoci qua e là i premi da accettare, le onorificenze, i progressi dei suoi studi.
Ed è un peccato, lo ripeto, perchè per una volta forse è più interessante quanto prodotto che l'uomo che lo ha prodotto, e perchè La teoria del tutto resta Una teoria sull'amore, che può finire.
Il lieto fine c'è e non c'è, l'amicizia è rimasta, ma dall'esaltazione e l'innalzamento iniziale, il matrimonio che ci viene raccontato non è certo quello perfetto che rende i romantici felici.
Fortuna allora che ci pensa la musica a far sobbalzare il cuore, composta da Jóhann Jóhannsson, elegante, delicata e meravigliosa, già vincitrice di un Golden Globe e se il doppiamente nominato Alexandre Desplat lascerà il posto, c'è speranza anche per un Oscar.
Meno bene va a livello tecnico, con una regia un po' troppo pretenziosa, un po' troppo rimarcata in certi punti.
A differenza di quanto fatto con Turing -paragone che nasce spontaneo- qui si è puntato troppo sull'uomo Stephen, mostrandoci sì tutta la sua forza, la sua intelligenza e la sua ironia, ma lasciando da parte il suo cervello, preferendogli un cuore che non tocca quello dello spettatore, o almeno non il mio.


PS: Hawkings me lo ha invece rubato con la sua citazione doctorwhoviana "Exterminate!".
Grazie!

23 gennaio 2015

Still Alice

Andiamo al Cinema

Qual è il colmo per una linguista?
Perdere le parole.
[Risate registrate del pubblico]

Meglio iniziare rompendo il ghiaccio con una freddura, di quelle poco riuscite, perchè di divertente e leggero in Still Alice ci sarà gran poco.
E non è un male, badate bene, anzi, perchè proprio per la pesantezza che ha, il film riesce ad essere solido, senza mai scivolare su facili e quasi scontati -visto il soggetto- pietismi.
La protagonista è per l'appunto Alice, splendida cinquantenne, linguista e professoressa rinomata alla Columbia University, madre fiera di tre figli che han già intrapreso la loro strada, moglie devota di un altrettanto rinomato dottore.
Tutto sembra perfetto nella sua vita, lei sembra perfetta, se non fosse che, così, dal nulla, alcune parole iniziano a sfuggirle dalla mente, il suo cervello sembra subire piccoli blackout che la preoccupano, e visto che scema non è, Alice corre da un neurologo, convinta di avere un tumore.
I risultati dei test saranno ben peggiori, se possibile: Alice ha l'Alzheimer, caso raro di sviluppo giovanile, eredità di un padre che con l'alcool lo nascondeva.
Diagnosi: pochi mesi di lucidità, ancora, la malattia, anche per come il suo cervello è ben allenato, avanzerà velocemente.


In un mondo cinematografico in cui sempre più la grande C del cancro sembra farla da padrone, c'è spazio per un film che non solo racconta il dramma di una persona, ma questo dramma ce lo vuole far vivere e soprattutto comprendere.
La paura, lo spaesamento, la degenerazione di tutto quello che si è, ci vengono mostrate quasi senza filtri, cercando di mettere luce, di approfondire una malattia tanto devastante com'è l'Alzheimer.
Per questo il film è tutto sulle spalle di Julianne Moore, che con un'intensità unica porta la sua Alice dagli abiti eleganti e dalla raffinatezza dei modi, a una donna quasi irriconoscibile, persa in un mondo altro dove nemmeno lei si riconosce, dove anche noi ci perdiamo, con il tempo che scorre veloce e ci annienta nella sua inesorabilità.
C'è spazio però per il dramma parallelo che i famigliari devono vivere, il loro precario equilibrio in cui per una volta la tecnologia viene in aiuto, con un marito all'apparenza egoista, ma in realtà incapace e debole contro la malattia, i figli che hanno la stessa sorte su di loro. Spicca così Lydia (una più che convincente -capelli unti a parte- Kristen Stewart), la più ribelle, la più giovane, che la sua strada non l'ha ancora trovata, che il suo destino non lo vuole conoscere, ma si sforza di capire quello della madre, di interrogarla.


Still Alice che le parole interroga, sulle parole è costruito, quelle perse e quelle che assumono un nuovo significato, che si cristallizzano in tre momenti oratori: la prima defaillance, il toccante discorso che vuole spiegare, vuole mettere un punto -solido- di non ritorno a quanto dovrà ancora succedere, e l'estratto finale da Angels in America, banalmente, ma non scontatamene, sull'amore.
Richard Glatzer e Wash Westmoreland dosano con sapienza sia la bravura della Moore che il loro soggetto, riuscendo a stare in equilibrio tra quello che facilmente è un film da Oscar (e da Golden Globe, già vinto ovviamente dalla Moore), e quella che è una storia toccante, narrata per coinvolgerci, per educarci, anche.
Alice non può lasciare indifferenti, non può lasciare gli occhi asciutti, e quasi contraddittoriamente, finiamo per tifare la sua fine.
Ultimo atto di gentilezza verso se stessa, ultimo atto di pragmatico amore.


22 gennaio 2015

Silenzio in Sala - Le Nuove Uscite al Cinema

La distribuzione italiana continua a mettere in programmazione con il contagocce i probabili vincitori di qualche Oscar.
Solo uno, quindi, sembra essere il titolo di spicco in sala questa settimana, mentre a fargli da contorno sono le commedie made in Italy e film piccoli ma capaci di stupire, dai Paesi lontani.
Diamo uno sguardo, e qualche consiglio:

Still Alice
Julianne Moore si è già portata a casa il Golden Globe per la sua interpretazione di una elegante e studiosa 50enne a cui viene diagnosticato l'Alzeheimer, e con ogni probabilità, anche l'Oscar sarà suo.
Senza anticiparvi troppo, sappiate che è meritato, e che il film, struggente ma onesto, va visto.
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Il Nome del Figlio
Nemmeno due anni fa, dalla Francia arrivò la commedia Cena tra amici. Ora Francesca Archibugi ne ha preso spunto e chiude il suo cast nutrito (Alessandro Gassman, Micaela Ramazzotti, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo), in una casa, in una cena, dove il nome da dare al futuro nascituro è solo uno dei problemi da affrontare.
Meglio l'originale? Mah.
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Sei Mai Stata sulla Luna?
L'instancabile Paolo Genovese e l'instancabile Raoul Bova per un film che come idea iniziale (lei rampante donna di successo torna al paesino per vendere la proprietà di famiglia), sa tanto da film da pomeriggio estivo su Canale5.
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Mateo
Coproduzione francese e colombiana, passato per il Giffoni Festival, Mateo è il protagonista di questa fascinazione del male, raccontata vista attraverso i suoi occhi che subiscono l'influenza di uno zio mafioso.
Cambiare strada, attraverso il teatro, non sarà così semplice.
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Difret
Arriva dall'Etiopia e supportata dalla presentazione di Angelina Jolie, la storia tragica ma piena di coraggio di Hirut, 14 anni, che dopo essere stata violentata uccide il suo assalitore. La legge dello stato e la sua comunità sono però contro di lei. Solo un gruppo di avvocate la aiuta a difendersi e a mantenere la sua dignità.
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John Wick
Il povero Keanu Reeves messo da parte Matrix non è più riuscito a trovare un ruolo giusto nel mondo del cinema, e di certo sappiamo che non sarà questo John, ex killer professionista, fresco vedovo, che parte per una vendetta personale dopo che gli uccidono il cane e gli rubano la macchina.
Sarà per la prossima Keanu.
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Perfidia
Distribuzione con il contagocce (ritardata di qualche mese, anche) per un film il cui protagonista (un 35enne orfano di madre, senza lavoro, senza donna e senza aspirazioni di alcun genere), mette depressione già dal Trailer.






Piccoli Così
Piccolo documentario su piccoli bambini: quelli nati prematuri, e per questo tenuti sospesi come i loro genitori in un mondo fatto di incubatrici, infermieri solerti e ospedali, soprattutto.
Uno sguardo su un mondo diverso, fatto di vittorie e di sconfitte.
Trailer





Minuscule - La Valle delle formiche perdute
Altri piccoli protagonisti, questa volta insetti, raccontati in modo bizzarro e semplice in questo film d'animazione proveniente dalla Francia.
Suoni naturali, buffe situazioni che conquisteranno, si spera, anche i non più bambini.
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21 gennaio 2015

The Judge

E' già Ieri -2014-

Le previsioni:
la classica storia del figliol prodigo, diventato uno squalo senza grossi valori nella grande città, che viene richiamato dove è cresciuto -nella profonda provincia americana- per la dipartita di un genitore. Lo scontro con l'altro, rimasto solo ma sempre burbero, con cui il rapporto non è mai stato di quelli significativi, si fa inevitabile sul piano morale e con il passato che mai viene dimenticato e sempre tirato in ballo per poi esserci spiegato solo nel finale.
Di mezzo devono per forza esserci una famiglia particolare, un amore di gioventù che torna a bussare alle porte del cuore, e una svolta che possa permettere a padre e figlio di confrontarsi, battersi, venirsi incontro e infine perdonarsi.
Qualche frase ad effetto qua e là, un po' di malattia che non fa mai male, e un bel happy end finale.


Il risultato:
la classica storia del figliol prodigo, Hank Palmer, diventato un avvocato di successo a Chicago che viene richiamato nella natale cittadina nel profondo Indiana per la morte improvvisa della madre. Qui lo scontro con il padre Joseph, burbero, con cui il rapporto non è mai stato di quelli significativi, si fa inevitabile, anche sul piano morale visto il rispetto per la giustizia di uno (giudice integro e integerrimo da 42 anni) e dell'altro (abituato a difendere i colpevoli e dar loro l'assoluzione per cavilli tecnici).
Di mezzo c'è una famiglia particolare fatta di un fratello con deficit mentale e un altro cresciuto nello stretto ruolo di fratello maggiore con troppi pesi sulle sue larghe spalle, e c'è un amore di gioventù che torna a bussare alle porte del cuore presentandosi pure con una figlia di cui non si conosce il padre.
Arriva poi la svolta, per la precisione un incidente che coinvolge il giudice Palmer, accusato di aver investito un poco di buono appena rilasciato (e da lui 20 anni prima condannato) che permette a padre e figlio di confrontarsi in aula, con Hank che difende come può un padre che sembra non volere una difesa.
Senza spoilerare troppo, si verranno incontro, si capiranno, il grande tormento del passato verrà finalmente a galla, e ci sarà un happy end.


Perchè vedere un film che già a scatola chiusa poteva essere previsto in ogni sua mossa?
Perchè l'Academy ha voluto giocare facile, inserendo la prova di Robert Duvall tra quelle da battere nella categoria Miglior Attore non Protagonista.
Duvall sa il fatto suo, e mettendoci di mezzo l'immancabile malattia, sempre quella maledetta grande C che costringe a prove fisiche oltre che di ingegno, ha conquistato i giurati.
Conquistare me è stato molto più difficile, e al di là di interpretazioni che lasciano comunque soddisfatti (Vera Farmiga si merita senza dubbi la citazione), The Judge resta uno di quei film che si possono tranquillamente trovare sotto la definizione di "americanata" ed è anche uno di quei film costruiti a tavolino, tra frasi ad effetto, primi piani intensi e giochi che la macchina da presa si permette, flashback e uso di musiche e di colpi di scena (oh, quanta irritazione per il vocio della folla durante il processo...) piazzati alla precisione per emozionare.
La stangata finale è data da un happy end non così happy, vero, ma comunque così perfettino e preciso che che gli vuoi dire?
L'unica nota positiva nell'aver recuperato un film simile, sta nell'aver riscoperto Robert Downey Jr, che per una non avvezza agli Iron Man o ai comic movie come me, è stato un bel rivedere.
Smorfie e egocentrismo compresi.


20 gennaio 2015

The Fall - Stagione 1

Quando i film si fanno ad episodi.

Detective intelligente, particolare e intuitivo vs Serial Killer efferato, sadico, quasi inarrivabile.
Quante serie sono costruite su questo scontro?
Tante, troppe, a volte.
E che cos'ha The Fall più delle altre, o cos'ha di diverso?
Questa è la domanda da porsi, e pensando che la risposta fosse "niente, a parte il ritorno in TV di Gillian Anderson e il fisicaccio di Jamie Dornan" l'ho lasciata passare in silenzio finora.
Complice il buon Mr. Ink, però, e non da meno la produzione inglese e i seguici che qua e là ne parlavano bene, il recupero si è visto forzato anche solo per elogiare Dornan prima di vederlo affossato nel ruolo di Mister Grey nell'imminente Cinquanta Sfumature di Grigio.


Cinque episodi compongono la prima stagione (la brevità è la vera tradizione british) in cui, né più né meno ci vengono presentati i personaggi:
Il detective intelligente, particolare, freddo e calcolatore, che non disdegna il sesso occasionale ma ne fa quasi un vanto, una scelta di vita che la mette al di sopra delle altre donne che arriva nel nord Irlanda dall'America per fare chiarezza su un caso che, guarda caso, subito collegherà ad altri, trovando un serial killer da battere;
E questo serial killer, efferato, sadico ma gentile, dalla doppia vita e per questo quasi inarrivabile, che ci viene mostrato in tutta la sua metodicità, in tutta la sua freddezza fuori, alla ricerca della prossima vittima da sublimare, e in casa, come padre amorevole e marito sebbene distaccato, presente.
Nei cinque episodi questi due non si danno propriamente la caccia, il quadro si compone sotto i nostri occhi come una grande preparazione per quello che è il finale, e per quello che, si spera, sarà la seconda stagione.


Cos'abbia di diverso rispetto ad altre serie crime, The Fall sembra volerlo tenere ancora nascosto, ma la sensazione che qualcosa ci sia, c'è. E non solo per via delle belle prove degli attori coinvolti, o per quella solidità che si respira ad ogni passo elegante della Anderson, o a ogni salto di Dornan, ma ci sono semi, nascosti qua e là, di story line da seguire, tra droga, sesso e mafia, che dovranno essere sviluppate.
Pur contando quasi esclusivamente su questi due characters, lasciando parecchio in secondo piano il resto dei comprimari, la serie riesce a prendere all'amo lo spettatore, come sempre avvinto da un lato dall'intelligenza e dall'acume del detective, e ammaliato dall'altro dal male del killer, e dalle sue -non ancora scoperte- motivazioni.
Basta poco quindi per rendere anche The Fall una serie da seguire, a cui si chiede però di più, perchè anche se l'irrisolto ha il suo peso, lo si preferisce a una risoluzione fin troppo fortuita e di coincidenza come in questa prima stagione.
Prima di pronunciarsi oltre, però, meglio dare tempo al tempo, che a vedere Dornan in tutt'altri panni non si ha fretta.


19 gennaio 2015

Broad City

Quando i film si fanno ad episodi.

Prendi delle ragazze, non troppo belle, non troppo perfette, hipster quanto basta, scaraventale a New York, ma nella New York meno da cartolina possibile, e mostrale cercare di barcamenarsi con più lavori, mettere da parte sogni e aspirazioni per pagare l'affitto di un appartamento magari condiviso con l'inquilino fra i meno ideali.
Dici che questa idea è già stata utilizzata da Lena Dunham e che le sue Girls sono arrivate ormai alla quarta stagione?
Vero, ma quello che non ho detto è che questa volta le protagoniste sono due e sono pazze da legare, molto più politically scorrect di Hannah & Co., molto meno pudiche, anche.


Possibile?
Ebbene sì, Abbi e Ilana lo sono, non si fanno problemi a parlare di ogni loro avventura sessuale, sogni e fantasie comprese, né tanto meno di droga, facendo della pussy weed il loro marchio di fabbrica.
Ci vuole un po', però, per adorarle queste due, perchè l'irritazione che il loro modo di fare rilassato, egoista e non certo raffinato si fa sentire, il loro atteggiamento sbroccato, il linguaggio molto giovane e da strada per non parlare di una Ilana che tra lavoro e uomini non ha un pensiero che la preoccupi. Ma entrati nel loro mondo, entrati in confidenza anche con i personaggi secondari -due uomini, sì, ma non loro fidanzati (Lincoln, friend with benefits serio e composto, e Matt, "coinquilino" nerd e spesso stomachevole)-, le si adora.
Le risate grasse e spontanee sono garantite, anche perchè questo sembra essere il loro intento: non quello di raccontare una generazione né quello di indicare una via da perseguire, ma di fa divertire a più non possono. E non a caso la produzione è made in Comedy Central
La missione è riuscita, e con un finale che non è propriamente un finale in cui i riferimenti all'oggi si sprecano, con episodi scollegati tra loro ma che ogni volta ci raccontano qualcosa di nuovo, queste due ragazze né Girls né Teen, le si apprezza per la loro genuinità e per la loro diversità.
Infine, un plauso alla regia, che si diverte allo stesso modo a scopiazzare generi, mescolando situazioni paradossali che diventano subito cult.



Biglietto, Prego! - Il Boxoffice del Weekend

Torna dopo qualche settimana di stop anche la rubrica che fa i conti in tasca ai cinema italiani.
Quello che si è perso è l'exploit di Clint Eastwood che mantiene la seconda posizione mentre in America fa incassi record (90 milioni in tre giorni). Il primo posto è però riservato al kolossal di Ridley Scott che ovviamente il pubblico ha voluto premiare nonostante il flop in patria e la qualità non certo esaltante. A risollevare il morale ci pensano i due geni Hawking e Turing e la resistenza Disney.
Pure Asterix si fa rispettare, mentre il grande assente è Saverio Costanzo, il cui Hungry Hearts meriterebbe sicuramente di più, di certo più del cane Italo.


I dettagli:

1 Exodus - Dei e Re
week-end € 2.617.399 (totale: 2.617.399)

2 American Sniper
week-end € 2.260.788 (totale: 15.402.197)

3 La teoria del tutto
week-end € 1.391.235 (totale: 1.392.493)

4 Si accettano miracoli
week-end € 1.361.187 (totale: 14.292.691)

5 The Imitation Game
week-end € 1.270.909 (totale: 5.572.791)

6 Asterix e il regno degli Dei
week-end € 671.311 (totale: 671.311)

7 Ouija
week-end € 486.694 (totale: 1.749.206)

8 Come ammazzare il capo 2
week-end € 431.879 (totale: 1.435.295)

9 Italo
week-end € 363.779 (totale: 363.779)

10 Big Hero 6
week-end € 268.511 (totale: 9.237.216)

18 gennaio 2015

Rumour Has It - Le News dal Mondo del Cinema


Torna dopo qualche settimana di pausa (causa Awards vari ed eventuali e pure una piccola vacanza) la rubrica che vi tiene aggiornati su cosa succede ad Hollywood e dintorni.
Partiamo proprio da chi un premio, ma sarebbe meglio dire un film, sta rimettendo in moto la carriera.
Michael Keaton sta infatti tornando sulla cresta dell'onda, e grazie al Golden Globe vinto una settimana fa, trova un nuovo ruolo ad aspettarlo: quello di Ray Croc.
La storia del fondatore della catena MacDonald, della sua rapida ascesa dagli anni '50 alla conquista del mondo, potrebbe essere interpretato dall'attore per ora solo in trattative con il regista John Lee Hancock (già autore di un altro biopic, Saving Mr Banks), di sicuro si sa che il film si preannuncia di quelli da attendere con impazienza.

Visto che le biografie vanno forte al momento (basta osservare i magnifici 8 in gara per il miglior film agli Oscar), anche Jennifer Lawrence non si sottrae e cerca di coinvolgere in The Dive anche il regista Francis Lawrence che la dirige in Hunger Games.
Il progetto, prodotto da James Cameron, ci racconterebbe la storia vera di Francisco "Pippin" Ferreira e di sua moglie Audrey Mestre, campioni di immersioni e di apnea senza alcun supporto, il cui amore finì nel 2002 quando per un incidente mai chiarito, la risalita della Mestre ritardò di minuti preziosi, costandole la vita.
Rimaniamo in attesa di conferme.

Delusi dalla mancata attenzione degli Oscar?
Non sembra proprio.
David Fincher, Ben Affleck e la scrittrice Gillian Flynn hanno altro a cui pensare, e vista l'alchimia scatenata con Gone Girl progettano un nuovo delitto, anzi, un delitto per delitto. I tre stanno infatti preparando un remake del film de L'altro Uomo di Hitchcock, intitolato però Strangers e rimodernato pensando ai nostri tempi: non sarà più un tennista su un treno, ma una star del cinema a incontrare uno sconosciuto con cui decidere di "scambiare" l'omicidio da compiere.
La Warner è più che interessata a riavere il trio sotto di sé, non resta che aspettare le firme e vedere cosa ne uscirà dalla penna della Flynn prima, e dalla regia di Fincher poi.

Altra news, altro trio delle meraviglie.
Di chi stiamo parlando?
Ma di attori del calibro di Brad Pitt, Ryan Gosling e Christian Bale che vedremo per la prima volta insieme in The Big Short: Inside the Doomsday Machine, storia scritta da Michael Lewis che ironizza e mostra i lati grotteschi della crisi economica americana.
I tre cercano nuovo slancio con un progetto che non ha ancora trovato un regista, mentre la sceneggiatura è affidata ad Adam McKay.

Archiviato in modo più che degno il suo Jax Teller, Charlie Hunnam si prepara a sfondare come si deve al cinema dopo ruoli non proprio memorabili.
A portarlo in gloria potrebbe essere l'interpretare Edgar Valdez, unico boss della droga del cartello messicano ad essere americano. In un solo anno, riuscì a guadagnare più di 100 milioni di dollari costellando il suo successo di cadaveri e omicidi efferati.
La barbie (questo il suo soprannome mantenuto dal suo passato di giocatore di football) verrà raccontato dallo sceneggiatore Jason Hall.

Da chi passa dalla TV al cinema, a chi invece dal cinema farà la sua prima esperienza in TV, o meglio, con una serie TV.
Woody Allen è pronto a sbarcare nel mondo della comedy con Amazon, che produrrà un'intera stagione con episodi di mezzora nel 2016, disponibile poi solo su Prime Instant Video.
Ancora nulla si sa su titolo, attori o soggetto, ma quando c'è Woody di mezzo, l'interesse non può che essere altissimo.

Concludiamo con il casting sempre più fitto che coinvolge la seconda stagione del pluripremiato Fargo.
Ai nomi di Kisten Dunst e di Jesse Plemons, vanno infatti ad aggiungersi quelli di Ted Danson (CSI), Jean Smart (Samantha chi?) e Patrick Wilson. Quest'ultimo avrà il ruolo di protagonista come Lou Solverson, il padre di Molly, vista nella prima stagione.

17 gennaio 2015

The Imitation Game

Andiamo al Cinema

La prima regola per fare un film biografico come si deve è quella di raccontare di un personaggio, di una storia, di cui si sa poco, di cui si deve approfondire, di cui si può provare interesse.
The Imitation Game questa regola la rispetta alla perfezione, raccontandoci non solo di un uomo che poco si conosce, ma anche di anni rimasti sepolti tra i segreti di Stato, di anni condivisi e mai divulgati da un manipolo di persone, scienziati.
Cos'hanno fatto questi scienziati? Cosa fino al 1974 il Regno Unito ha tenuto nascosto?
Un piano, un lungo progetto, che ha permesso di finire la II Guerra Mondiale 2 anni prima, di salvare circa 14 milioni di persone e soprattutto di sconfiggere Hitler.
A capo di questi scienziati, c'era un certo Alan Turing.


Mente brillante, laureato a 21 anni con il massimo dei voti, a 27 professore a Cambridge, con pubblicazioni a seguito che definire geniali è dir poco, Alan Turing decide di collaborare e di aiutare l'esercito della corona non tanto per patriottismo, no, non tanto per senso civico, ma per sfidare se stesso in quello che è a tutti gli effetti l'enigma più intricato di quel tempo: la decriptazione di Enigma, il codice tedesco, di cui gli inglesi sono entrati in possesso, che informa ogni plotone dell'asse delle mosse da fare e degli attacchi da sferrare.
Decriptarlo significherebbe conoscere in anticipo ogni spostamento, ogni piano tedesco. Ma il farlo non è assolutamente semplice, e anche se a provarci sono le menti più brillanti del Paese (tra matematici, linguisti e scacchisti), ci vorranno anni di lavoro.
The Imitation Game ci racconta questi anni, ci racconta del duro lavoro nascosto all'interno di una fabbrica di radio in cui Alan Turing non era certo il capo ideale e amato, ma che con i suoi modi di fare sbruffoni (ma a ragione) e poco amichevoli, riuscì a creare una macchina, Christopher, capace di entrare nel cuore di Enigma.


Morten Tyldum ci mostra questi anni, i dissidi interiori ed esteriori, nel modo migliore possibile, facendo delle basi di un biopic perfetto le sue basi.
Ma non si creda basti una qualche formula, una qualche regola scritta e non scritta e poi applicata, per fare di una biografia un film perfetto.
No, ci vuole quel pizzico di genio, ci vuole calibrazione, ci vuole un'anima.
E The imitation game un'anima, un genio, un equilibrio ce l'ha.
Merito prima di tutto di un Benedict Cumberbatch straordinario, la cui voce (e mi dispiace per il doppiaggio italiano) guida e incanta, la cui interpretazione, sentita e mai sopra le righe, ammalia.
Merito poi di una sceneggiatura (finita nel 2011 nella black list di Hollywood) in cui non si calca la mano sugli aspetti più morbosi di Alan Turing, non si mostra, non si sfrutta il suo essere omosessuale per creare pietà, non lo si vede baciare, stare con un uomo, non si vede il suicidio, non si vedono gli anni più disperati se non per pochi minuti, lasciando spazio invece al suo genio al lavoro, al suo passato tormentato che dà un senso al presente, al suo cercare di stare al mondo.
La calibrazione della pellicola sta anche in questo, in flashback che danno un nome alla macchina di Turing, che danno una spiegazione alla sua mania per la crittografia, che permettono di fare luce sulla personalità difficile di un uomo difficile.
Affiancato da attori inglesi doc (Matthew Good, Allen Leech di Downton Abbey e una Keira Knightley per me un po' imbruttita, sì, ma comunque convincente), Benedict rende omaggio a un uomo che solo lo scorso anno ha visto perdonata la sua colpa di essere omosessuale, un uomo che con il suo genio ha salvato milioni di vite, e che questo film, prima di raccontarcelo, di farcelo conoscere, sembra volergli chiedere nuovamente scusa.
E nel farlo, rende tutti noi, pubblico, suoi devoti studenti.


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