3 maggio 2018

Manhattan

Once Upon a Time (in America) -1979-

Capitolo primo. "Adorava New York. La idolatrava smisuratamente..." Ah no, è meglio "la mitizzava smisuratamente", ecco. "Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin..."
Se c'è un colpevole, oltre quegli amici che al Central Perk si trovavano, che hanno reso un mito ai miei occhi New York, questo è Woody Allen.
Come non crederci, se inizia così, e così divaga, uno dei suoi film migliori, trovando la giusta definizione di una città che ama, sì, ma che lo fa arrabbiare, politicizzare, sognare, immalinconire?
Manhattan, vista con gli occhi di Allen, è la casa dei sogni e dei sognatori, dei romantici che si barcamenano fra un lavoro e un altro, con un libro nel cassetto che non sanno iniziare o portare a termine, con musei da vedere, mostre a cui partecipare, spettacoli teatrali o cinematografici da commentare.


È ovviamente lo spettatore snob a cui si riferisce Allen, e che prende pure in giro, con le posizioni estremiste di Mary che trovano sopravvalutato il genio di Francis Scott Fitzgerald.
Eh.
Ma Manhattan serve soprattutto come sfondo per raccontare l'amore, quello sbagliato, quello dirompente, quello pessimista, pure.
C'è, Isaac che lasciato dalla moglie per un'altra donna (sì, già succedeva, e a farlo era Meryl Streep) sta ora con una ragazzina.
C'è Yale, che sposato felicemente da sempre, non vuole figli, e si invaghisce di un'altra, Mary (e quanto era bella, naturale, coinvolgente Diane Keaton!).
Ci sono poi loro, Isaac e quell'altra, Mary, che si ritrovano per caso a parlare, commentare e filosofeggiare con un bassotto, vagando per quella Manhattan da sogno, per il suo Planetario dove l'amore sembra sbocciare e sentirsi.


È il Woody Allen dei dialoghi taglienti, dell'ironia ad ogni frase, dei motti di spirito che funzionano alla grande. È il Woody che costruisce il suo film a scene, mettendoci dentro tutte le sue riflessioni, dalle più banali alle più profonde. È il Woody Allen meno ansioso -per quanto possibile, visto che tutto è cancerogeno- ma più pessimista, più triste e solo.
Ma la speranza arriva invece all'improvviso, da quel personaggio, quell'amore, che si dava per scontato, troppo infantile (e fortuna che l'era del #metoo doveva ancora iniziare), e che riesce, invece, a dare quel tocco di ottimismo che mancava al film, a Woody, alla sua Manhattan.
È il Woody poi della musica classica, prima del jazz che fa da sottofondo ora, c'era Gershwin, con arie che si sposano alla perfezione con New York, il suo bianco e nero, la sua malinconia in divenire.
Ah, Woody, se sono qui, è anche grazie a te, e a questi tuoi splendidi film, cartoline, sì, ma di quelle profonde e indimenticabili.


Regia Woody Allen
Sceneggiatura Woody Allen, Marshall Brickman
Musiche George Gershwin
Cast Woody Allen, Diane Keaton,
Meryl Streep, Michael Murphy, Mariel Hemingway
Voto: ☕☕☕/5

4 commenti:

  1. Troppo bello, è uno di quei film che rivedo almeno una volta l'anno.

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    1. Io gli preferisco Io e Annie, e ora come ora, avrei proprio voglia di rivedermelo, ne è passato troppo di tempo!

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  2. Senza dubbio, uno dei miei Allen favoriti.
    Bellissimo.

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    1. Una classifica dell'Allen storico non so se l'ho mai fatta, ma questo sarebbe di sicuro fra i primi posti.

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