7 ottobre 2017

Blade Runner - The Final Cut

Once Upon a Time -1982-

Ho visto cose come Blade Runner, ormai una decina d'anni fa, in un'estate fatta di nottate sul divano a recuperare veri e propri cult.
L'ho visto, e parte di questo Blade Runner se n'è andato dalla mia mente, come lacrime nella pioggia.
Ricordo sì l'emozione di ritrovarmi ancora in compagnia di un giovane Harrison Ford, uno che i ruoli, e i film, se li sa scegliere un gran bene. Ricordo quel monologo, tanto famoso, che mi aspettavo un filino più lungo, un filino più profondo, per quanto sa come assestare la sua poesia.
Poi, il vuoto.
Davvero, non ricordo altro.
In vista dell'uscita di Blade Runner 2049, il sequel non richiesto ma comunque parecchio atteso visti i nomi coinvolti, un rewatch era quindi necessario.


Lo dico?
Lo dico.
L'hanno detto anche parecchi critici più quotati di me all'epoca della sua uscita: dove sta il ritmo in Blade Runner?
Dove sta il pathos, l'adrenalina, in quella che è un'indagine che man mano si sfoltisce e finisce nel sangue?
Il ritmo c'è, ovvio, ma è di quelli lenti, lentissimi, a rischio pennicchella, come nei noir di un tempo.
Ma non siamo in un tempo che fu, siamo in un tempo che sarà, in un 2019 che si prospetta tetro e inquinato, in un pianeta Terra in cui vive solo chi non può andarsene e in cui i replicanti sono fuori legge.
Su questa Terra, non così difficile in realtà da immaginare, soprattutto se orientaleggiante com'è, sono approdati 4 replicanti a cui l'ex agente Deckard richiamato appositamente all'azione, deve dare la caccia, e eliminare.
Di mezzo ci si mette la bella e ignara replicante Rachel, ci si mette un costruttore di replicanti mentre l'azione non prende propriamente piede, mentre l'avanzata tecnologia offre sviluppi a quelle indagini fatte davanti a un computer e a suon di intuito e fortuna, che portano alla resa dei conti finale, dove l'azione finalmente entra nel vivo, tra inseguimenti in una casa angosciante e salti da un tetto all'altro sotto la pioggia, ricordando le porte di Tannhäuser.


Lo dico?
Lo dico.
Capisco dove sta il fascino di un film non facile, capisco come la sua storia più che la sua trama, abbiano conquistato più di una generazione. C'è il fascino di un set costruito senza bisogno di green screen, di un futuro immaginato e ricreato senza bisogno di effetti speciali, con tutto il comparto tecnico che fa meraviglie, tra immagini che si sovrappongono, macchine della nebbia che vanno a mille, scenografi e costumisti che danno il meglio di sé.
La storia della realizzazione e anche della distribuzione di Blade Runner sembra quasi più affascinante del film in sé, e perdersi nella sua pagina wikipedia è un piacere.
La meraviglia possibile, creata e resa visibile a tutti, mette in ombra qualunque trama sbrigativa, qualunque indagine non poi così mordace.
Resta quel monologo, sempre breve ma che assesta la sua poesia, la sua profondità, restano dei replicanti degnamente interpretati con cui si simpatizza e un Harrison Ford misterioso e silenzioso che mantiene la sua bellezza. Il resto, ai miei occhi, lo fa quel comparto tecnico capace di veri e propri miracoli, di creare un futuro distopico che è però un sogno.
Andrà meglio 30 anni dopo, nel ritmo, nella tecnologia, nella trama soprattutto?
A presto per scoprirlo.


Regia Ridley Scott
Sceneggiatura Hampton Fancher, David Webb Peoples
Musiche Vangelis
Cast Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Darryl Hannah

6 commenti:

  1. Io avevo preferito la prima versione, quella meno scottiana. Ricordavo un inizio e una fine diversi e il The Final Cut visto adesso mi ha lasciato un po' stranito...
    Per quanto mi lamenti spesso della noia o della mancanza di ritmo, non ho comunque trovato la visione troppo lenta.
    Manca qualche emozione in più e la trama in effetti è un pochino esile, però gli elementi che lo rendono un cult totale, per molti ma non per me, vanno ricercati più nella musica e nelle atmosfere.
    Detto tutto ciò, a oggi resta comunque il film di Ridley Scott che preferisco.

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    1. Le atmosfere e soprattutto la scenografia e i costumi sono gli elementi che più mi hanno affascinato, e che mi hanno fatto capire perchè il tutto sia diventato un cult.
      La voce narrante poteva aiutarmi, ma ho preferito vedere la versione voluta da Scott, che sì, per temi e film realizzati, non è certo nel mio olimpo dei registi.

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  2. Io non mi raccapezzo più tra le infinite versioni che sono uscite. Per me l'unico vero Blade Runner è quello uscito al cinema nel 1982, con la voce narrante e il finale posticcio (però meraviglioso) ricavato dagli scarti di Shining. Quella con, azzardiamo, il "lieto fine"... le versioni successive, senza voce off e con il "sogno" di Deckard secondo me sono infinitamente meno fascinose. Il primo Blade Runner però era davvero un capolavoro.

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    1. Sono stata molto indecisa su quale versione vedere -non ricordo proprio quale mi sono vista ormai 10 anni-, ma alla fine ha vinto il volere del regista e il Final Cut. Il fascino c'è tutto, ma ponendo l'occhio sempre più su trama e sceneggiatura, mi è mancata la scintilla visto il ritmo e certi dialoghi non proprio esaltanti.

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  3. Concordo con K. Kelvin. La voce narrante era necessaria per spiegare la decisione di Roy Batty (salvare la vita del suo nemico con le ultime energie rimaste) e la filosofica considerazione: "volevano le risposte che noi tutti vogliamo..."
    Comunque questo sequel non mi ha affascinato come speravo.

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    1. Il sequel lo vedrò domani, e ti saprò dire presto.
      La voce narrante forse poteva aiutarmi di più, e magari anche rendere più coinvolgente la sceneggiatura, ma leggendo delle ritrosie di cast e regista su quella scelta, il Final Cut ha avuto la meglio.

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